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Intervista al Dr.Massimo Greco del Gruppo infermieristico Policlinico Tor Vergata contro la violenza sulle donne. | Radio Tor Vergata
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Intervista al Dr.Massimo Greco del Gruppo infermieristico Policlinico Tor Vergata contro la violenza sulle donne.

Intervista Intervista al Dr.Massimo Greco del Gruppo infermieristico Policlinico Tor Vergata contro la violenza sulle donne.

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza di genere abbiamo intervistato il Dr.Massimo Greco del Gruppo infermieristico Policlinico Tor Vergata contro la violenza sulle donne.

Lei fa parte del gruppo infermieristico PTV contro la violenza sulle donne; può spiegarci cosa è e di che cosa si occupa?

Partirei dal fatto che molte ricerche hanno evidenziato come la donna vittima di violenza non sia subito pronta ad ammettere la propria situazione e come il personale di cura non sia sempre in grado di rompere quel muro di silenzio, di dissimulazione che le donne alzano a difesa della propria paura e della propria vergogna. Eppure, molte ricerche attribuiscono proprio al momento del contatto con le strutture sanitarie un ruolo prioritario nel determinare la decisione della donna ad uscire dalla sua situazione di disagio e ad ottenere giustizia. A questo punto, è diventato chiaro per alcuni di noi che tutte le professioni sanitarie coinvolte dovessero fare autocritica e prendersi una responsabilità professionale che fino ad allora, evidentemente, era stata troppo disattesa. Abbiamo così iniziato, spontaneamente, a incontrarci tra colleghi e colleghe, cercando di capire nello specifico cosa potevamo e dovevamo fare come personale infermieristico per migliorare questa situazione. In questo, abbiamo subito trovato all’interno del Policlinico Tor Vergata un ascolto anche a livello “alto”, che si è concretizzato con il supporto della Direzione Infermieristica e delle Professioni sanitarie, sempre molto attenta ad accogliere gli spunti di chi lavora vicino al malato, e il Comitato Pari Opportunità. Anche il Servizio di Prevenzione e Protezione del PTV, nel quale lavoro, ha accolto da subito questo tema, riconoscendo a questo ambito una valenza anche nei termini della sicurezza della persona e dandomi spazio e autonomia per partecipare al coordinamento del gruppo. In questi anni siamo cresciuti e adesso abbiamo anche un blog, ancora agli inizi (www.risponderealsilenzio.it).

Quali sono, secondo lei, le peculiarità dello sguardo e dell’assistenza infermieristica rispetto allo sguardo e all’assistenza medica?

Il tema dell’assistenza alle donne vittime di violenza è emblematico di come, se si intende la salute solo da un punto di vista bio-medico e tecnico-professionale, non si centra l’obiettivo di garantire a chi ne ha bisogno un supporto e una tutela completa. Ci sono dimensioni che non sono sempre facilmente diagnosticabili o misurabili, ma che comunque fanno parte dello stare bene della persona. In questo senso, lo sguardo infermieristico è un modo di stare accanto al malato piuttosto che alla malattia… E’ il porsi come obiettivo il supporto di quei bisogni fondamentali che sono comuni a tutti gli esseri umani (funzioni di base fisiologiche come il nutrirsi, il muoversi, l’essere puliti, ma anche il socializzare, l’avere autostima, l’essere autodeterminati, il sentirsi sicuri) e che vengono messi in crisi da questo evento esistenziale prima ancora che biologico che è la malattia. Lo sguardo infermieristico è quindi per sua natura rivolto alla persona e si affianca (e non deve essere accessorio) a quello medico-clinico, che è principalmente sulla malattia. Insieme, proprio come succede con la vista che acquista profondità e prospettiva grazie alla cooperazione di due occhi, si riesce a riconoscere alla persona in stato di crisi una complessità che lo sguardo della razionalità tecnica, a cui spesso la medicina indulge, affidandosi a macchinari, a quantificazioni, a razionalizzazioni, rischia sempre di ridurre.
Tornando al nostro tema, non si può pensare di assistere in maniera completa una donna vittima di violenza, come diceva un’operatrice del Soccorso Violenza Sessuale della Clinica Mangiagalli di Milano, uno dei più importanti centri di eccellenza sul tema, se si limita a curarne le ferite e ad eseguire gli esami corretti. Assistere una donna vittima di violenza vuol dire riconoscerle prima di tutto l’autodeterminazione che le è stata negata, riconoscerle il bisogno di giustizia, riconoscerla nella sua specificità. In questo senso, è indispensabile lo sguardo infermieristico, se resiste alla tentazione di semplificare tutto con la razionalità tecnica e se sopporta il disagio esistenziale di stare accanto ad un vissuto inquietante, che mette in discussione tutti i nostri parametri di umanità, di fiducia e di intimità.

Quanto conta nel suo lavoro il sapere tecnico e quanto il sapere relazionale?

Da alcuni anni non sono più nell’assistenza diretta al paziente, mi occupo di sicurezza sul lavoro e di formazione, quindi ho un punto di vista orientato alla salute e alla sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici. Lavorando in ambito sanitario, ovviamente i pazienti sono… come dire… “parti interessate” al mio lavoro, ma non in maniera diretta. Le rispondo quindi a partire dal bisogno del personale sanitario di realizzare la propria attività non solo su un piano tecnico ma soprattutto relazionale, proprio per la loro salute psico-sociale, mi viene da dire. La tecnica riesce a raggiungere risultati eccezionali, ma non riesce a darci un senso che sia valido per noi in quanto esseri umani. Ed il senso lo si trova nella relazione con gli altri, cioè, noi costruiamo il senso con gli altri. La questione non si pone solo nei confronti dei pazienti e dell’umanizzazione delle cure. Quando io riduco il mio essere professionista della cura ad un gesto tecnico, impoverisco l’esperienza, riduco la relazione di cura, che è la prima esperienza che noi facciamo quando veniamo al mondo, ad un’erogazione di prestazione. Semplificare con diagrammi di flusso, procedure e protocolli la nostra attività assistenziale, clinica e diagnostica, se da una parte è in grado di assicurare standard di efficienza ed efficacia, non riesce ad assicurare alle persone in gioco (chi cura e chi è curato) una qualità della relazione che restituisca un significato valido e veramente terapeutico nei confronti dell’esperienza di malattia. Per questo, da alcuni anni, anche per controbilanciare la mia attività come addetto alla sicurezza sul lavoro, in cui l’egemonia del pensiero razionalizzante, come può immaginare, è scontata, mi occupo della dimensione narrativa della cura, ossia di quella parte che ci “racconta” il vissuto di chi è curato e di chi si prende cura. In effetti la relazione è significativa quando i due poli si raccontano reciprocamente, no? E poi penso veramente che anche per il tema della sicurezza, la percezione del rischio e del pericolo dipenda in grande misura dalle proprie esperienze personali, dai propri vissuti, dalle storie che si sono ascoltate e che la sicurezza sia soprattutto un valore condiviso da una collettività più che una posizione individuale…

Il vostro gruppo ha prodotto due video. Il primo, intitolato Rispondere al silenzio tratta del complesso tema del “non voler vedere”. A tal proposito è stato difficile per lei togliere il velo?

Difficile, complesso ma non impossibile. Il primo passo l’ho fatto a partire dall’essere uomo, maschio voglio dire, prima ancora che come infermiere. Ormai da alcuni anni faccio parte di un gruppo di uomini, diventato poi rete nazionale ed ora associazione (Ass. Maschile Plurale, www.maschileplurale.it ) che ha come finalità la riflessione sulla costruzione dell’idea di mascolinità e quindi l’impegno, sociale, culturale e soprattutto politico, di promuoverne un ripensamento nelle pratiche e nei contesti. Per noi di Maschile Plurale, questa riflessione è partita proprio dal fenomeno della violenza maschile sulle donne, per poi estendersi a riflettere sulla paternità, sull’orientamento sessuale e affettivo, sulla percezione del corpo che hanno gli uomini. Abbiamo scritto nel 2006 un appello agli uomini affinché si prendesse parola pubblica sul tema della violenza contro le donne, a partire dalla responsabilità maschile e a prescindere dal fatto che si sia direttamente e concretamente “violenti”. E’ strano, ma non ho subito pensato a come questo si potesse integrare con la mia professione. E’ proprio come un velo: ce l’hai davanti agli occhi ma non è detto che te ne accorgi. Lo spunto in effetti si è concretizzato con una tesi per un master in coordinamento infermieristico. E’ stata un’occasione per far parlare queste due dimensioni, quella politica e quella professionale. Così ho cominciato a parlarne con colleghe ma soprattutto con colleghi. Vincendo le prime perplessità e resistenze, ho trovato ascolto e maturità sia tra colleghe e colleghi, sia nei vertici del PTV, che, devo dire, mi sono sembrati molto moderni e “adattabili” come sensibilità. Lo scorso anno abbiamo scritto un appello alla professione infermieristica sul tema della violenza contro le donne, dicendo che la questione ci riguarda, a tutti e a tutte, e che bisogna togliersi il velo che ci impedisce di vedere sia il bisogno della donna sia la nostra responsabilità deontologica. Ed eccoci qua.

Nel secondo video, Non fatemelo ripetere, avete perfettamente rappresentato il fenomeno della vittimizzazione secondaria. Può spiegarci cosa è e come, secondo lei, sia possibile limitarla se non eliminarla?

Una donna vittima di violenza cerca accoglienza, cura, guarigione, supporto, riconoscimento, tutela. Cosa trova da parte delle istituzioni, non solo sanitarie ma anche ad esempio giuridiche? Trova un meccanismo dotato di una sua inerzia e una sua logica, troppo spesso disumane. Già da alcuni decenni le istituzioni sanitarie hanno dato il via ad una riflessione circa la natura violenta e disumanizzante della loro organizzazione, a partire dagli spazi, dalle pratiche professionali e dai ruoli. La vittimizzazione secondaria è questa violenza istituzionale. Non pensi che sia una violenza sempre dai toni accesi, come ad esempio ce la raccontava Alda Merini riguardo alle sue esperienze in manicomio. Ma ha i toni silenziosi, scontati, razionali dell’organizzazione, della burocrazia, del professionalismo, del tecnicismo. In questo senso, la donna vittima di violenza (ma potremmo dire, molti e molte pazienti) si ritrova a dover subire nei contesti istituzionali un’altra violenza, ossia un modo di operare che non pone al centro il senso di sicurezza e di integrità della persona ma la propria logica organizzativa. Così, la donna ad esempio si ritrova a ripetere più volte la propria storia di violenza a differenti specialisti, vivendo l’assurdità di una rievocazione continua del proprio vissuto di dolore, così come abbiamo voluto rappresentare metaforicamente nel video “Non farmelo ripetere”. L’antidoto, almeno per questa parte del problema, è che l’organizzazione si centri sui bisogni della paziente, più che sui propri ruoli e processi, e che ci si sforzi a trovare una soluzione integrata dell’assistenza. La parola chiave nel “gergo” sanitario è “continuità assistenziale”, su cui quest’anno come gruppo abbiamo posto l’enfasi. E’ un approccio che cerca di sviluppare competenze individuali ed organizzative tali per cui sia minimizzata la frammentazione del percorso. Si concretizza non solo sul territorio, come solitamente viene detto, ma anche all’interno della stessa struttura ospedaliera. La soluzione poi è semplice e complessa allo stesso tempo: si tratta di organizzarsi a livello di documentazione, che deve essere integrata in modo da essere utilizzata dalle varie specialità coinvolte, attribuire al momento dell’ingresso un’infermiera che si prenda carico di coordinare il percorso (il modello la cui adozione stiamo sperimentando si chiama “primary nursing”), far “muovere” il più possibile le informazioni più che la donna. Sembra semplice e scontato ma, oltre a problemi culturali di collaborazione interprofessionale versus campanilismo professionale, ci sono anche delle questioni giuridiche e legali particolari. Insomma, l’ennesima sfida che ci si presenta davanti, una volta che ci siamo tolti il velo della nostra indifferenza e arroganza professionale.

Grazie infinite!

Federica Lorini

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