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BILL CALLAHAN + VAMPIRE WEEKEND @ Circolo degli Artisti, (26/05/2008) | Radio Tor Vergata
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BILL CALLAHAN + VAMPIRE WEEKEND @ Circolo degli Artisti, (26/05/2008)

Concerti
Informazioni
Anno: 
2008

Lui dal Maryland, classe ’66, stabilitosi poi in Texas. Una dozzina di album alle spalle sotto pseudonimo smog e uscito allo scoperto da poco con il suo nome di battesimo Bill Callahan.
Loro da New York, vent’anni di media, sono quelli che al concerto di fine anno al liceo prendevano complimenti anche dai professori. Fanno un disco eccezionale e giù che piovono lodi e consensi in tutto il mondo, voli transatlantici e feste e festival.
Sul palco ha spalle strette, bionda riga da una parte che la famiglia Forrester lo farebbe subito nonno, sguardo fisso sul fondo della sala. Tanto lo sapevano i vecchi fans che appena avrebbe iniziato a cantare nessuno in sala sarebbe rimasto in piedi. E si sono gustati la scena.
Canta come un Mark Lanegan senza il diavolo in corpo o come un Vedder che improvvisamente comincia a riflettere. Le canzoni spesso parlano di fiumi e come fiumi scorrono immobili, uguali a sé stesse e le piccole variazioni di tempo o melodiche sembrano lasciate al caso. Srotola tappeti su cui raccontare storie come un crooner, e lo fa per un’ora filata. Musica austera, malinconica, umorismo nero, vite in frammenti. Tipo prestigiatore, ripete lo stesso trucco in ogni canzone, e il pubblico sta appeso alle sue interpretazioni, che sono la vera linfa delle canzoni. Ogni volta si riparte dal giro di note, poi gli strumenti, poi la voce, il break, la tensione che sale e il bassista che non si ferma un attimo. Alla fine dell’ultima canzone si toglie la chitarra, saluta e se ne va. Un’ora netta in cui di sé ha detto tutto.
I Vampire Weekend entrano in scena dopo l’esibizione dei The Strivers. C’è grande attesa. Sarà perché se n’è tanto sentito parlare sui forum in rete e sulle riviste musicali, perché il disco è diretto, fresco, spensierato, perchè le canzoni sono frullati di archi saltellanti, chitarre e percussioni, ma questa può essere sul serio la sera che fa tornare il bel tempo e la primavera.
In quattro saltano sul palco appena sbarbati, o forse non ce n’è stato bisogno. Il cantante sta nascosto dietro la grossa cassa della chitarra che imbraccia, muove gli occhi a destra e sinistra seguendo il ritmo, guardando in faccia la gente e suonando con precisione. Anzi, tutti suonano molto bene. Le canzoni però se ne stanno sul palco e non vengono a camminare tra il pubblico.
L’impressione è che la leggerezza e l’equilibrio del disco sono totalmente sacrificati per mostrare una faccia più accattivante del gruppo. E così il tetto della soffitta che si intravede tra gli alberi, come cantano sul disco, questa sera se ne sta in bella vista nei quartieri di New York. Non che sia un reato, ma non è questa la loro arma vincente.
In ogni caso il pubblico, che salta e si diverte per tutti i quaranta minuti di concerto, sembra aver passato una bella serata.

Valerio Piacenti


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