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DINOSAUR Jr. + Bob Corn @ Circolo degli Artisti, (05/06/2008) | Radio Tor Vergata
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DINOSAUR Jr. + Bob Corn @ Circolo degli Artisti, (05/06/2008)

Concerti
Informazioni
Anno: 
2008

Era forse gennaio quando questo evento veniva annunciato e i bloggers romani lo ribattezzavano Dinosaur Giugno. Come promemoria, non sia mai che ci si dimentichi.

L’ultima volta che vennero in città, per suonare al Qube, si trattava di 2 anni fa, quando celebravano con un tour mondiale una reunion concordata dopo undici anni di strade separate. Era l’inizio di un nuovo corso, in cui le due menti del gruppo, J. Mascis e Lou Barlow, spinte dal batterista, ritornavano sui propri passi per stringersi la mano, condividere il tour bus, lo studio di registrazione e le firme sulle canzoni. Malignità vogliono che l’unica comunione tra i due, ora, sia quella di intenti per continuare a portare in giro, dopo vari progetti da solisti, la più riuscita delle loro creature musicali.
Sopra a questi intrighi, però, c'è una sola verità:

i Dinosaur Jr. fanno musica di iddio.

Sul palco si erge un muro di testate e cassa Marshall. Sono sei. Per una potenziale quantità di decibel da sturare condotti uditivi e non. E pare che questa sia proprio la loro fama.

A fare gli onori di casa sul palco sale Cesare “baffo” Zappalà, ombra del rock italiano, manager, tra gli altri, della cricca di Agnelli e mentore di alcune delle più importanti rock band americane in visita in Italia.

Quanto è vero che si comincia sempre dal principio, piazzano “Feel the Pain” in apertura, un inno generazionale. Di quelle canzoni che, insieme a “Teenage Riot” dei Sonic Youth o “Smells Like Teen Spirit”, “ha tolto ai figli d’America la speranza in un futuro che non avrebbero mai potuto permettersi” (non è così, Homer?).
Parte “Out There” e si entra nel vivo. La voce è come al solito trascinata, svogliata e sommersa dalle chitarre e dal feedback, le prime file pogano anche durante i lunghi e assordanti assoli di chitarra, e Mascis biancocrinito getta benzina sull’incendio, ricurvo sulla sua Jazzmaster, limitandosi a piccoli movimenti traditi da capelli che sono fili a piombo.

Pescano soprattutto dal vecchio repertorio, inserendo solo poche canzoni dal loro ultimo album, ma, tra queste, “Pick Me Up” è uno dei vertici della serata.
Lou Barow interviene esplodendo sul microfono e grattugia il basso dimenandosi per tutta la durata del concerto. Murph alla batteria, glabro che pare un lucertolone, scambia sorrisi d’intesa con Mascis e non si ferma nemmeno tra un brano e l’altro, come nel garage di una band alla prima prova, e suona per i fatti suoi per minuti lasciando il pubblico in attesa, e lo stesso fa la chitarra.

Probabilmente questo è l’atteggiamento raggiunto dopo anni di concerti davanti a folle di ogni entità, o forse un modo per non sembrare dei cinquantenni che hanno appena tolto la naftalina dai vestiti che usavano in scena a vent’anni, ma fanno un cerchio sul palco in cui nessuno può entrare. Non rivolgono parola al pubblico, il cantante imita al microfono le urla del pubblico, e il pubblico risponde con schiamazzi e insulti come dal più telefonato dei copioni rock’n’roll.

Scendono dal palco dopo poco più di un’ora e, anche per intercessione di uno Zappalà ambasciatore e fomentatore di folle, il pubblico si guadagna una chiusura a singhiozzo con due sessioni di bis.
Si va a casa portando i segni di un concerto letteralmente bruciato in un’ora e mezza: orecchie che fischiano.

Valerio Piacenti


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