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Gods of Metal @ Arena Parco Nord 28/06/2008 | Radio Tor Vergata
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Gods of Metal @ Arena Parco Nord 28/06/2008

Concerti
Informazioni
Anno: 
2008

Quest’anno il Gods of Metal, la rassegna Metal più importante dello Stivale, si tiene in quel di Bologna, in particolare nell’Arena Parco Nord, un posto che, sebbene molto ampio e all’aperto, non è proprio il più adatto per una manifestazione che inizia a mezzogiorno, anche perché il 28 giugno è uno dei giorni più caldi che l’umanità ricordi (quanto sono apocalittico) e non c’è ne un albero ne tanto meno un filino d’ombra.
Malgrado l’evento duri tre giorni, dal 27 al 29, presiedo solo il secondo, anche perché, guardando il bill degli altri, non mi sembra ci siano cose troppo interessanti, almeno per me. Infatti per il 27 l’unico gruppo di spicco sono gli Iron Maiden, che ho già visto, mentre il 29 all’infuori degli Obituary, uno dei miei gruppi preferiti, che per ben due volte hanno suonato davanti ai miei occhi e che, in questa occasione, suoneranno solo cinquanta minuti (non ne vale la pena, dal momento che li ho sempre visti headliner con concerti da minimo novanta), e i Morbid Angel, uno dei gruppi fondatori della scena Death, il bill, per quanto mi riguarda, lascia molto a desiderare.
Per quel che concerne il 28 invece, beh ce n’è per tutti i gusti, tra i vari nomi si leggono quelli degli Stormlord, At the Gates, Testament, Meshuggah, Slayer e soprattutto il nome rivelazione non solo della seconda giornata, ma di tutto lo special event targato Gods of Metal e non solo, ovvero quello dei CARCASS.
L’arrivo non è dei migliori, infatti non riesco ad essere puntuale all’apertura dei cancelli e mi perdo il concerto degli Stormlord, la cosa che più mi rammarica in questa occasione non è tanto non essere riuscito a vedere il gruppo in se, quanto non essere riuscito a vedere sul palco più prestigioso d’Italia, per quanto concerne il genere Metal, il mio amico Giampaolo, che milita nel gruppo come chitarra solista.
So che fino alle 15 non ci sarà nessun gruppo che possa realmente interessarmi sulle tavole del palcoscenico, quindi mi faccio qualche giretto tra i vari stand, alla ricerca dalla classica chicca da collezione, incontro vecchi e nuovi amici e volente o nolente il discorso ricade sempre su “sei pronto? Madonna tra un po’ suonano i Carcass”. È innegabile! Malgrado i grandi nomi del bill, la maggior parte delle persone è lì per loro, me compreso. Sono dieci anni che lì aspetto, da quando nel lontano 1998 un amico di mio fratello mi prestò “Reek of Putrefaction”, da quel giorno capii che la mia vita non sarebbe stata più la stessa, ma la delusione più grande fu scoprire, pochi giorni dopo, che il gruppo si era sciolto nel 1995 e che quindi non li avrei mai visti dal vivo. Ma che vita sarebbe senza smentite?
Quindi eccomi qui il 28 giugno, ad aspettare, insieme ad altre diecimila persone, che i Carcass escano a regalarci quelle note con le quali siamo cresciuti e, malgrado manchino ancora svariate ore al loro ingresso, sento che il mio cuore fa un bum bum particolare.
Tra i vari giri, mi rendo conto che ho perso tutto il gruppo con cui ero arrivato in quel dell’Arena, al mio fianco c’è solo la mia amica Valeria e sarà lei a scortarmi, in questo mio piccolo viaggio introspettivo. Infatti comincia ad alzarsi un grido al unisono “At the Gates”, sono le 15 e bisogna iniziare a divertirsi come solo i metallari sanno fare. Con Valeria ci avviciniamo al palco, fosse stato per lei avremmo militato in millesima fila, ma non è quello il posto giusto, almeno non per me, quindi presala per mano, la traghetto in mezzo al pogo e conquistiamo la terza. Il concerto è fenomenale, non li ho mai apprezzati molto da cd, ma dal vivo spaccano di brutto, e lo dimostrano per tutto il tempo che hanno a disposizione. Sessanta minuti di puro massacro sonoro, incalzanti tecnici, ma un venticello, lieve e disturbatore, allontana un pochino il suono sporcandolo, in generale però sono stati veramente molto bravi.
Il caldo è disarmante e il mio pancino, vuoto dalla mattina, comincia a brontolare, realizzo di avere mezzora per mangiare, ma il destino alle volte è beffardo, perché proprio mentre mi defilo dall’Arena, iniziano a suonare i Testament, di cui perdo tutto il concerto, e perdo anche l’inizio di quello dei Meshuggah. Vorrei piangere, perché non ho mai visto ne gli uni ne gli altri, ma alla fine realizzo che non sto lì per loro, che loro in realtà sono solo un palliativo, che anche se quel giorno avessero suonato i Vomitory probabilmente non me ne sarebbe importato, no va beh ora non esageriamo, però è vero che non sono quelli i gruppi che contano oggi. Sono dieci anni che li aspetto e sono cosciente che niente e dico niente, può essere più importante del gruppo che si esibirà alla fine dei Meshuggah.
Quando stanno allestendo il palco per i Carcass ritrovo il gruppo iniziale, ma tanto so che tra breve li riperderò nuovamente e non li rivedrò per tantissimo tempo, almeno fino alla fine del Gods.
Ci sono momenti che bisogna vivere in compagnia, altri da soli e questo è uno di quelli che farà parte della mia storia personale, perché se è vero che è solo un concerto, che probabilmente non conoscerò mai Bill, Jeff e Michael e che sicuramente io per loro sarò solo un ragazzo che li sta ascoltando assieme ad altre migliaia di persone, è vero pure che loro sono stati uno di quei gruppi che mi ha confortato e consolato quando le cose non andavano come sarebbero dovute andare, che con le loro note mi hanno preso per mano quasi a dirmi “non preoccuparti Ste le cose passano e si va avanti”, la musica per me è questo, è vita.
Tornando con la mente al Gods, mi spiace per gli altri ma questo è il mio momento di solitudine, di passione e amore per una band che mi insegnato quanto sia bello questo mondo. Abbandonato il gruppo prendo posto tra le prime file e, mentre finiscono gli ultimi accorgimenti tecnici sul palco, realizzo, nel momento di egocentrismo che caratterizza ogni concerto, che tra pochissimo i Carcass suoneranno per me.
Mentre aspetto in trepidante attesa che escano on stage, vedo una serie di ricordi legati a svariate canzoni, canzoni che ripropongono tutte, ma lasciamo il tempo al tempo.
La folla rumoreggia, non riesco a capacitarmi di quanta gente ci sia nell’Arena, un nome troppo appropriato per una legione pronta ad armare una vera e propria simulazione di guerra, il pubblico incita i propri beniamini a salire sul palco e quando li vediamo lì in carne ed ossa, per molti di noi è la prima volta, si leva al cielo un urlo al unisono, liberatorio, sono lì, sono loro, sono come me li aspettavo, sempre capelloni e Jeff addirittura con i baffi. Iniziano nella maniera più violenta con cui un gruppo grind potrebbe iniziare, Carnal Forge è devastante, non introducono neanche le canzoni, sono poche le parole che dicono, ma dopo tutti questi anni, dopo troppo tempo è normale che siano gli strumenti a parlare per loro. Propongono quasi tutto Heartwork, da No Love Lost, con l’introduzione di Jeff, a This Mortal Coil. È bellissimo, ho quasi gli occhi lucidi, o forse li ho davvero è difficile capire alcuni sentimenti, e per poco non scappa la lacrimuccia quando sento partire le note bellissime di Child’s Play. Quanti ricordi tutti insieme, ma le emozioni aumentano a dismisura quando parte Go to Hell. Totalmente estasiato e esausto, fradicio dalla testa ai piedi (saranno almeno 30 gradi e stiamo schiacciati come sardine), ho quasi un mancamento psicologico, è troppo, è davvero troppo tutto, e terminata Buried Dreams sento che è il momento di sedersi, il mio cuore non riesce davvero a contenere l’emozione.
Mi defilo dal pogo e dalle prime file ed è lì vedo la scena più bella in assoluto, tra le migliaia di persone c’è anche un bambino di quattro anni e mentre la madre gli tiene le mani lui scapella a ritmo su Arbeit macht Fleisch. Rifiato giusto il tempo di due canzoni, ma sono davvero troppe, perché quando sto per rientrare mi rendo conto che il concerto sta per volgere al termine e come se non con Heartwork?
Si spengono le luci, è tutto finito, un sogno che si corona e che sicuramente lascia un’impronta di fuoco sulla mia storia personale. Adesso che sono scarico, appagato e decisamente meno adrenalinico so che posso godermi a pieno l’ultimo gruppo, gli Slayer.
Finalmente cala la notte su Bologna, ma non il caldo, la mia maglia è sudatissima e in perfetto stile Metal decido di seguire gli Slayer a petto nudo, ma data la forza fisica che mi rimane in corpo decido saggiamente di seguirli a debita distanza, ma qual è la debita distanza? Non si sa, mi metto in mezzo e poi decido.
Dio quanto sono fichi gli Slayer, spettacolari anche se hanno superato i 40 da tempo e, malgrado Tommino abbia il pizzetto grigio, sul palco sono delle vere macchine da guerra. Quante parole si potrebbero sprecare su questo gruppo, fiumi e fiumi, ma perché parlare quando possono farlo le note?
Sono tanto stanco che non mi rendo neanche conto che hanno preso posto sul palco, ma appena partono le note “tatanananana”, capisco che si parla di discepoli e che gli Slayer sono on stage. Tra le varie hit, che ci sciorinano una dietro l’altra, partono senza preavviso Silent Scream, Altair of Sacrifice, Raining Blood e la monumentale South of Heaven. Il pogo si spande per tutta l’Arena, gli Slayer ne sanno fare di queste magie e non solo, non ha caso sono considerati uno dei baluardi del Thrash, dei veri e propri maestri, osannati alla stregua di quei due gruppi famosissimi che rispondono al nome di Metallica e Iron Maiden e anche se la passione per questo genere viene spesso innescata da loro, sono considerati dai più, me compreso, come le band che hanno commercializzato e snaturato l’ambiente Metal, con canzoni che spesso venivano fatte più amore dei soldi che non per quello della musica stessa.
Tornando nuovamente al Gods, gli Slayer escono dal palco, vogliono essere chiamati a gran voce, se lo possono permettere, li chiamiamo anche se sappiamo a priori che sarebbero risaliti sul palco, lo sappiamo perché mancano ancora Angel of Death e Postmortem e, onestamente, un concerto degli Slayer senza Angel of Death è paragonabile ad un libro bellissimo con un finale orribile. Ma siamo pazienti, li chiamiamo ed eccoli nuovamente on stage a regalarci gli ultimi due brani.
Purtroppo sono troppo lontano per prendere qualche feticcio, ma non abbastanza per rammaricarmi della prestazione non ottimale, forse perché li avevo già visti, forse perché hanno suonato dopo i Carcass, forse perché l’acustica del Mazda Palace è migliore, non lo so. So che c’è stata qualche nota dolente che non saprei ben specificare, ma poi ci rifletto e mi dico “Ste, sono gli Slayer”, è vero, chiedo profondamente scusa.
Le luci si spengono nuovamente, si accendono i riflettori dell’Arena che sanciscono la fine di tutto e che mi lasciano con la consapevolezza che determinate emozioni si vivono solo in sparuti contesti, beh questo è sicuramente uno di quelli.

Stefano Stocchi


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