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Napalm Death + Suffocation + Warbringer @ Circolo degli artisti (22/05/08) | Radio Tor Vergata
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Napalm Death + Suffocation + Warbringer @ Circolo degli artisti (22/05/08)

Concerti
Informazioni
Anno: 
2008

Sebbene il cardine di un concerto sia la musica, si sa che non è l’unica cosa che conta, il bello del live è il live in se stesso, le emozioni, il delirio, il pogo sotto al palco, le urla alla fine dei pezzi, il fomento della folla, le mani alzate ad incitare i propri bignamini, lo show che il gruppo fa sul palco. Forse sarò di parte ma i concerti più belli, e ne ho visti molti e di svariati generi, restano quelli Metal.

Quando il Grind si fonde con il Brutal non può che nascere la magia.

È giovedì 22 maggio e l’estate è alle porte, nonostante questo però a Roma piove da giorni, sembra che questo agente atmosferico sia la chiave di volta per i più bei concerti di sempre, così è stato per gli Slayer, gli Obituary, i Cryptopsy e non poteva essere diversamente per la combo devastante Napalm Death/Suffocation.
A fare da contorno allo scenario, che a breve diventerà apocalittico, c’è tutta la legione del metal estremo romano, non si possono fare cinque metri senza incontrare vecchi amici e conoscenze, il mondo Metal è di nicchia, ma neanche troppo, resta comunque il fatto che ci si conosce tutti e che tutti siamo fomentati all’idea di vedere quei mostri sacri che hanno regalato gioie e amarezze, grazie a note di brutale bellezza.
Perso in discorsi ancestrali sulla magnificenza dei Suffocation, perdo le prime due tracce dei Warbringer, il gruppo rivelazione di questa serata all’insegna della violenza sonora, si esprimono con un thrash classico, con ritmiche che rimandano ai padrini del genere. La prima impressione è quella di un sound splendido, ma la voce di John Kevill mi lascia un po’ perplesso, sembra quasi stonare nel contesto, ma è tutta una questione di tempo. Perché come spiegato prima è il complesso che fa il live, sul palco sono delle vere e proprie macchine da guerra, gli headbanging di Andy Laux sono impressionanti, sembra che da un momento all’altro la testa gli si possa staccare dal collo, senza contare la pregevolezza degli assoli di chitarra offerti dalla coppia John Laux e Adam Carroll, puliti e netti, con lo stridio metallico classico del thrash made in U.S.A.
Sicuramente un ottima impressione da parte di questo gruppo che possiamo definire ancora giovane, considerando che si è formato da solo quattro, senza contare che questo è il loro primo tour europeo, come dire un vero e proprio “battesimo di fuoco” per i ragazzi californiani, che si sono trovati sotto il palco il pubblico delle grandi occasioni, anche perché, ad essere sinceri, è risaputo che i fans italiani sono quelli più apprezzati dai gruppi del genere e Roma, se vuole, sa dimostrare tutto il suo affetto.
Si accendono le luci al Circolo degli artisti, il visibilio del pubblico è palese, ma manca ancora qualcosa, più che mancanza sarebbe bene dire si attende qualcosa. L’antipasto è stato gradito, adesso si aspettano il primo e il secondo, le portate forti. Nonostante sia patito della carne, quest’oggi sono qui per gustarmi le “linguine” targate Suffocation. Non c’è tempo neanche di una sigaretta che il quintetto compare sul palco per il sound check, presa posizione al limite del pogo, non posso che lanciare urla di giubilo in direzione del palco, inebriato da quelle figure mitologiche che si stagliano li sopra. È tempo di musica, di note, è tempo di buio, di silenzio e frastuono, cadono le luci e si inizia.
Frank Mullen, che nome, che personaggio, che frontman. Le parole non riescono a definire la magnificenza di quest uomo, se davvero Bruce Dickinson è considerato il miglior fronman della scena Metal, credo che nel mio altare personale si meriti il secondo posto perchè Frank è istrionico, carismatico, devoto ai fan e a quel mondo che lo posiziona nell’Olimpo.
Le prime tre canzoni, tra cui spicca Abonimation Reborn, mi fanno capire che il mio posto non è al limite del pogo, ma dentro. Delirio e devasto, sudore e botte, eccolo il metal che vogliamo, il “combattimento” fratricida per la prima fila e la gioia immensa di sentirsi partecipe di un momento unico della propria storia personale.
La prima fila mi viene negata, ma la seconda è ugualmente bella, anche perché ho davanti quel monumento di Derek Boyer, che tra le varie slappate ci regala anche un piccolo assolo, le parole invece sembrano sprecate per Mike Smith, che dietro le pelli offre dei blast beat a dir poco favolosi, un ritmo incalzante e tecnico, preciso pulito, come del resto anche i due chitarristi Terrance Hobbs e Guy Marchais.
I Suffocation propongono brani ripescandoli da tutti gli album, regalando quelle emozioni che rapiscono il cuore anche perché Franck sa come incitare la folla, con sorrisi, linguacce, indicando i suoi compagni di stage quando eseguono pezzi strumentali e lanciando il gesto più bello di sempre, ma a colpire sono anche le sue parole “you know, I love Italy because I love you guys. My ex wife was italian, I often come here and everytime that I play for you my heart feel at home”(sapete, io amo l’Italia perchè amo voi ragazzi. La mia ex moglie è italiana, spesso vengo qui e ogni volt ache suono per voi il mio cuore si sente a casa). C’è solo una parola per descrivere tutto ciò. Grazie.
Terminano con un brano a dir poco mostruoso, la title track del loro terzo album “Bleeding the Spawn” e sono quasi lacrime, anche perché quando suona un gruppo che adori vorresti che suonasse per sempre, ininterrottamente, soprattutto se i componenti sono così istrionici. Ma purtroppo non sono loro gli headliner e non ci è concesso neanche un bis, ma la gioia di averli visti, può tranquillamente compensare la mancanza delle ultime tre tracce.
La scarica di adrenalina che regala il concerto tra le prime file è qualcosa di memorabile, quell essere sudato a tal punto che sembra di essere appena usciti dalla doccia, ma soprattutto il senso di pace che senti percorrerti per tutto il corpo. È pur vero però che sono pericolose, che serve il temperamento giusto per evitare danni che possano essere più o meno seri, conosco ragazzi che si sono incrinati costole, lussati clavicole e l’occhio nero è quasi una routine, questa sera toccherà a me, ma un occhio nero per quello che sta per succedere è veramente il minimo.
Riconquistato il posto al limite del pogo, attendo in trepidante attesa l’arrivo dei padrini del Grind. È bello vederli sul palco, è bello pensare che nonostante suonino da oltre 20 anni (la line up di adesso non ha nessuno dei membri fondatori del gruppo che risale al 1981) continuino a portare sulle scene questo genere che ha visto sicuramente tempi migliori.
Quando calano le luci ed esce Mark "Barney" Greenway mi viene un momento di crisi, sembra un pensionato in perfetto stile british, con il capello corto e la riga a destra. È vero che un metallaro non è uno stereotipo, perché lo si è dentro, ma un minimo d’attitudine è necessaria, ma bastano le note di “Weltschmerz” per farmi ricredere, alla fine sono di Birmingham, inevitabilmente l’Hooligan che è dentro di lui esplode come una “Bomba al Napalm” e inizia la magia.
Il “Circolo degli Artisti” diventa in pochi secondi l’anticamera dell’Inferno, mentre le note incalzanti e tecniche della band si rincorrono nell’aria tingendola di GRIND MADE IN ENGLAND. Nessun membro si concede un attimo di pausa, nessuno nega un minimo di se stesso, anzi ci donano molto di più di quanto ci si potrebbe aspettare, sciorinando una dietro l’altra canzoni come “Suffer The Children”, “Silence Is Deafening” e, manco a farlo apposta, mentre mi lancio in un headbanging sulle note di “Fatalist” vengo benedetto con l’occhio nero, ma sono cose che fanno parte del gioco e il concerto è più importante di un livido. Anche perché quando Mitch Harris si fomenta è il massimo, un chitarrista che incita il pubblico è da brividi.
Il concerto procede spedito, scandito dalla velocità delle canzoni e dai discorsi di Mark, che tiene da quel pulpito che è osannato più di un altare, parla di religione, parla di politica, parla di tutto. Il tenere la scena anche con piccoli discorsi, soprattutto vista l’età dei membri del gruppo e la velocità mista alla potenza delle canzoni, è un must, ma a volte c’è chi non capisce e sta nelle prime file a disturbare la magia, è in questo contesto che la parola italiana più esportata all’estero arriva a investire il cantante, che giustamente offeso replica con “if don’t understand a fuck, you have to shut up, fuck off” (se non capisci un beneamato stai zitto, fottiti). Un coro di voci si innalza a formare un solo coro NAPALM DEATH, che escono nuovamente regalandoci le tre perle che chiuderanno il concerto “Mass Appeal Madness”, ”Nazi Punks Fuck Off”, ”Smear Campaign”.
Un evento degno di nota, un’emozione speciale che dopo anni mi rivivere la gioia appagante di un live vissuto a 720 gradi.
(Stefano Stocchi)


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